04. Jun. 2010

Diario. Alessandro Mendini


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27 Aprile
'Cose' e 'cosoidi'. Le cose sono quelle vere, quelle che hanno un rapporto con le 'loro' persone, legato alle verità della vita. Penso che nonostante l'estrema complessità dei tempi, esistano stabilmente, nella storia, delle verità, e queste siano latenti e nascoste dentro ognuno di noi. Sono verità semplici e basilari, non intellettuali, ma noi sempre le cancelliamo. Sono nell'anima, tutti le sappiamo ma non le usiamo. Perché oggi nel progetto di design prevalgono le cosoidi. Ovvero quell'invasione di forme arbitrarie impostate sulla falsità della vita, che hanno la forza sinistra di autoriprodursi, di generare gli infiniti styling degli styling degli styling che affliggono il design.
Sono le cosoidi, appunto, quegli oggetti gelidi, presenti attorno a noi, ma staccati, separati, profondamente scissi dall'antropologia dell'uomo. Presenze non omologhe all'umanità sentimentale. Esercizi di esteriore esibizionismo. Le cosoidi sono attorno a noi, ma non sono accanto a noi. Sono dure, aberranti e disumane, sono fuori dal tentativo di verità della vita. Le cosoidi popolano quel mondo sbagliato che vive sui 'fattoidi' invece che sui fatti, secondo quanto dice Gillo Dorfles. Un esercito di ingombri minacciosi, che divora l'esistenza e la bellezza antica delle cose.

15 Maggio
È un atto di panteismo. Se un oggetto non viene sacralizzato non assurge a dignità di cosa, non si omologa con l'anima (e con l'eleganza) della natura. Le immagini delle cose 'vere', che sono latenti dentro di noi, vengono dilatate e affidate alla misura del tempo. Quel tempo e spazio dove gli oggetti divengono cose e dove il metodo del progetto recupera il suo senso.

5 Aprile 2006
Ogni tanto vado a Santiago del Cile. Mi invita un amico, il Rettore della Facoltà di Architettura e Design dell'Università Cattolica. Mi ospita in un piccolo elegante albergo novecentesco, vicino alla villa di Pinochet. Facciamo un seminario di tre giorni, con studenti e temi molto interessanti.
L'ultima volta che sono andato, il Rettore viene a prendermi come al solito in macchina all'aeroporto. Per entrare verso il centro di Santiago, a un certo punto della superstrada si gira a destra. Questa volta vedo che invece lui gira a sinistra, verso quello spettacolo straordinario che è la Cordigliera delle Ande, con cime di 6.000 metri. Io non chiedo nulla, lui sta zitto. Silenzio totale, un po' imbarazzato, per tre ore, mentre l'automobile sale sulle montagne. Finisce la vegetazione, il paesaggio diventa brullo. Alla fine raggiungiamo un vasto pianoro, un immenso catino fatto da rocce e minerali di tutti i colori, contornato da cinque vulcani.
Quota 3.000 metri, c'è un piccolo rifugio. Il Rettore deposita a terra la mia valigetta, e una sua sacca con indumenti adatti al luogo. E mi dice: "Alessandro, mi sono preso un arbitrio.
Questa volta niente università e niente studenti. Tu sei preso da troppa civiltà, io so che hai bisogno di una speciale esperienza solitaria. Ti lascio qui solo, e verrò a riprenderti fra tre giorni".
In effetti ho passato tre giorni straordinari in quello spazio incantato, vuoto e siderale. Che poi mi fu detto essere uno dei punti della terra di maggiore energia, e dove avviene il maggior numero di avvistamenti di navicelle dei marziani. Quando dopo tre giorni il Rettore mi riportò all'aeroporto, al check-in mi abbracciò e mi disse in un orecchio: "Alessandro, stai attento. I tuoi oggetti potrebbero uccidere la tua anima".
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