Ecosistema Alessi

da Domus 938 luglio/agosto 2010
Ecosistema Alessi


Oggetti e Progetti. Alessi: storia e futuro di una fabbrica del design italiano Chiara Alessi, Mondadori Electa, Milano 2010 (pp. 171)

Difficile dare una definizione di Oggetti e progetti. Alessi: storia e futuro di una fabbrica del design italiano. Ha ragione Chiara Alessi quando scrive, nel breve testo alla fine del volume, che si tratta di "uno strano essere ibrido che comprende e fonde due nature, quella teorico-narrativa del libro e quella illustrativa dell'inventario".
Realizzato su progetto grafico di Italo Lupi, è un libro che presenta molti piani di lettura: catalogo di una mostra curata da Alessandro Mendini presso Die Neue Sammlung–The International Design Museum Munich (in collaborazione col Museo Alessi); narrazione della storia e della filosofia di un'azienda; ritratto di famiglia (una di quelle tipiche di quel capitalismo famigliare italiano spesso criticato ma così ricco di capacità di ripresa); testimonianza di un rapporto particolarmente riuscito, quello tra l'imprenditore Alberto Alessi e il designer Alessandro Mendini. A questo fa riferimento, nello scritto di apertura, il direttore del Museo di Monaco Florian Hufnagl, sottolineando come "... negli ultimi due decenni, i due hanno sviluppato insieme progetti di ogni sorta che rivestono un valore fenotipico per il design italiano". Conferma, in epoca contemporanea, di quel carattere proprio della storia del design italiano che, come diceva con una battuta Vico Magistretti: "È come l'amore: si fa in due, ci vuole un imprenditore e un designer".

Molte aziende italiane hanno alla base una famiglia e insieme un luogo su cui 'insistono', un luogo di fondazione. Dopo i testi di Hufnagl, Mendini e Alberto Alessi, il libro (d'ora in poi converrà chiamarlo così) prosegue con una mappa militare di Crusinallo, sede storica dell'azienda, accanto a una foto del lago d'Orta visto dalle montagne che ricorda un quadro di Caspar Friedrich: Il viandante sul mare di nebbia del 1818 (qui, ovviamente, manca il 'viandante'). Segue una grande foto della famiglia allargata, prima di una serie di foto – di autori come Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna e altri – che scandiscono ma soprattutto chiudono il libro con l'album' finale dei 'maestri', dei designer, dei collaboratori e delle maestranze, spesso in tute da lavoro come in certe foto del Bauhaus o del Vchutemas. In coerenza con quel concetto di Alberto che definisce la Alessi una "fabbrica del design italiano", o anche "fabbrica dei sogni". Ma ci sono anche altre foto, a volte di oggetti, spesso molto belle: vale per tutte quella del servizio da tavo tavola di David Chipperfield; a volte ricche di humour, come quelle che vedono su doppia pagina da un lato Alberto con un Alessofono seduto su una poltrona Proust e Mendini sul bracciolo, e dall'altra due caffettiere napoletane di Riccardo Dalisi in versione antropomorfa (ricordando Totò).
Con la scelta dell'immagine di copertina, Lupi fa un preciso riferimento di impostazione progettuale: si tratta infatti di una citazione al quadrante dell'orologio da parete disegnato da Max Huber per il progetto di Achille e Pier Giacomo Castiglioni nella mitica mostra del 1965 "La casa abitata", a Palazzo Strozzi a Firenze (poi prodotto da Alessi, in una di quelle riproposte di oggetti storici che l'azienda ha condotto negli anni: si ricordino gli splendidi oggetti di Christopher Dresser e Marianne Brandt). Un quadrante che riassume il senso dello scorrere del tempo nella vita dell'azienda e si conclude allo zenit con la data 2010. Sul risguardo di copertina un grande disegno di Mendini – tavola parolibera post-futurista – fornisce lo schema logico delle diverse aree della mostra. A queste corrispondono le diverse aree del libro, ciascuna preceduta dal 'logo' huberiano di copertina, con i relativi titoli in diversa inclinazione diagonale: "Le fasi storiche" (a partire dalle origini); "Il presente: momento eclettico"; "Le nuove istanze"; "Il pensiero".

Siamo quindi di fronte a un libro ricchissimo di materiali rispetto ai quali Lupi ha sviluppato un'attività che si può definire 'registica' (ha collaborato una grafica del suo studio, Blandine Minot). C'è una chiarezza razionale di impianto, con misurata scelta di font e colori, per cui le pagine risultano eleganti e i contenuti di facile lettura sulla bella carta "uso mano". C'è però insieme il rifiuto della concezione 'razionalista' di una gabbia unica, con differenziazione secondo le diverse aree del libro, che in realtà è costruito pagina per pagina, alla ricerca di una composizione di testo e immagine che renda ogni pagina portatrice di un senso specifico.
Il libro ha una omologia fondamentale con l'impianto concettuale e con l'intelligente allestimento, a opera di Mendini, della mostra. Questa è collocata a un livello inferiore rispetto al piano d'ingresso del museo: si immagini di osservarla dall'alto della scala che scende al piano dell'esposizione. Di fronte c'è la tavola di Mendini riprodotta su tutta la parete di fondo. Due cabine vetrate con movimento a "pater noster" (come erano chiamati i vecchi ascensori senza porte e sempre in movimento) salgono e scendono: mostrano in trasparenza i servizi della collezione Tea e Coffee Piazza, presenti nell'esposizione del 1983 con cui nacque l'Officina Alessi, quando nell'introduzione al catalogo Alberto scriveva: "Lavorare con gli undici progettisti (…) è stato per noi un'impresa avvincente (…) non importa se qualcuna di queste caffettiere è più simile a un palazzo che a una cuccuma…". E Mendini precisava: "Necessaria apertura del design domestico istituzionale verso un colloquio più maturo con l'abitante eclettico e disincantato che si avvicina velocemente al baratro dell'anno Duemila".

Poco prima, nel 1980, Paolo Portoghesi aveva progettato alla Biennale di Venezia la Strada Novissima e già da tempo si parlava di Postmodern (con, tra l'altro, i progetti e i libri di Robert Venturi e, nel 1984, il grattacielo AT&T a New York di Philip Johnson con la sommità stile cassettone Chippendale). La stampa di tutto il mondo parlava di questi scandalosi edifici Postmodern e la mostra "Tea e coffee piazza" apparve come l'apparizione della prima azienda italiana che, a differenza della tradizionale adesione al 'moderno', si muoveva su questo nuovo terreno. È allora che Alessi diventò internazionalmente sinonimo di qualcosa di nuovo: il design postmodern. Gli undici servizi da tavola, progettati da architetti in buona parte implicati in modi diversi nella ripresa di rapporto con la storia quali Michael Graves, Paolo Portoghesi, Aldo Rossi e Robert Venturi (alcuni di essi presenti con i loro progetti nella Strada Novissima a Venezia), avrebbero in realtà suggerito di parlare, più che di 'postmodernismo', di 'postmodernismi', come suggerisce A. C. Danto. Erano inseriti in una successione di arcate progettata dall'architetto austriaco Hans Hollein (anticipatore del Radical a partire dai primi anni Sessanta). E oggi a Monaco, mentre le piattaforme vetrate scorrono dall'alto verso il basso e di fronte si impone la tavola parolibera di Mendini, riappaiono – con scelta simbolicamente felice – le stesse arcate di Hollein. Questa volta in ognuna figura c'è un nuovo progetto: "Le nuove istanze", ipotesi per il futuro formulate in questo presente complicato e complesso.
La mostra ripercorre la storia di Alessi, quella anteriore alla svolta degli anni Ottanta e quella recente, riproponendo l'incredibile quantità di oggetti e di designer che, nelle successive fasi, dal Postmodern degli anni Ottanta alla svolta ludica dei Novanta fino a quello che Mendini definisce 'eclettismo' dell'ultimo decennio, l'azienda è riuscita a presentare e coinvolgere. A volte vengono riproposti espositori (come quelli di Starck) che richiamano alla memoria esposizioni di anni passati. Ci sono momenti singolari, come la felice invenzione della giostra ruotante composta con filari sovrapposti di piccoli oggetti Alessi, o le caffettiere di Dalisi che si rincorrono su una parete come marionette. E momenti stimolanti, come la riproposta di alcune opere di arte programmata del Gruppo T, esponente dell'avanguardia gestaltica negli anni Sessanta (ma agli inizi Alberto Alessi coltivava un'ipotesi di realizzare multipli d'arte), oppure i grandi pannelli di dipinti africani. In una serie di video molto interessanti viene poi proposto il 'pensiero' dell'azienda attraverso la presentazione dei libri che essa ha periodicamente pubblicato, le interviste ai 'maestri', le campagne pubblicitarie, il museo Alessi.

In definitiva, però, va sottolineato come la mostra si collochi in una fase di difficile decifrazione, simile a quella che Arthur C. Danto definisce "periodo di disordine informativo, una condizione di entropia estetica totale. È però allo stesso tempo una fase di libertà praticamente assoluta… tutto è permesso" (A. C. Danto, Dopo la fine dell'arte, Milano 2008, p. 12). In questa fase, Alessi ripropone le arcate di Hollein, che hanno contenuto i progetti di un momento di avvio della propria storia, come contenitore per una nuova serie di progetti, come ipotesi per il futuro. Nel libro viene presentata la suggestiva ipotesi di coinvolgere un gruppo di designer cinesi a venire a progettare per l'azienda in Italia. E non solo: nella mostra appare una 'macchina' singolare, un grande contenitore metallico sagomato con piccoli fori dai quali si vedono, come in un peep show, una serie di oggetti disegnati da giovani designer di Eindhoven (nel libro figurano come un inserto con grafica autonoma) inseriti in ambienti fantastici.
Del libro e della mostra si potrebbe parlare ancora a lungo, ma quello che qui interessa sottolineare è come un'azienda italiana di design, mentre ricostruisce la sua storia, si ripropone come azienda che, nel confuso presente, mette in gioco ancora una volta una volontà di ricerca che l'ha caratterizzata già nel 1983, quando nelle arcate di Hollein inseriva i progetti che avrebbero segnato la sua (seconda) data di nascita. Vanni Pasca

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