
Oggetti e Progetti.
Alessi: storia e futuro di una fabbrica del design italiano Chiara Alessi, Mondadori Electa, Milano 2010 (pp. 171)
Difficile dare una definizione di Oggetti e progetti.
Alessi: storia e futuro di una fabbrica del design italiano.
Ha ragione Chiara Alessi quando scrive, nel breve
testo alla fine del volume, che si tratta di "uno strano
essere ibrido che comprende e fonde due nature,
quella teorico-narrativa del libro e quella illustrativa
dell'inventario".
Realizzato su progetto grafico di Italo Lupi, è un
libro che presenta molti piani di lettura: catalogo
di una mostra curata da Alessandro Mendini presso
Die Neue Sammlung–The International Design
Museum Munich (in collaborazione col Museo
Alessi); narrazione della storia e della filosofia di
un'azienda; ritratto di famiglia (una di quelle tipiche
di quel capitalismo famigliare italiano spesso
criticato ma così ricco di capacità di ripresa); testimonianza
di un rapporto particolarmente riuscito,
quello tra l'imprenditore Alberto Alessi e il designer
Alessandro Mendini. A questo fa riferimento,
nello scritto di apertura, il direttore del Museo di
Monaco Florian Hufnagl, sottolineando come "...
negli ultimi due decenni, i due hanno sviluppato
insieme progetti di ogni sorta che rivestono un valore
fenotipico per il design italiano". Conferma, in
epoca contemporanea, di quel carattere proprio
della storia del design italiano che, come diceva con
una battuta Vico Magistretti: "È come l'amore: si fa
in due, ci vuole un imprenditore e un designer".
Molte aziende italiane hanno alla base una famiglia
e insieme un luogo su cui 'insistono', un luogo
di fondazione. Dopo i testi di Hufnagl, Mendini e
Alberto Alessi, il libro (d'ora in poi converrà chiamarlo
così) prosegue con una mappa militare di
Crusinallo, sede storica dell'azienda, accanto a
una foto del lago d'Orta visto dalle montagne che
ricorda un quadro di Caspar Friedrich: Il viandante
sul mare di nebbia del 1818 (qui, ovviamente, manca
il 'viandante'). Segue una grande foto della famiglia
allargata, prima di una serie di foto – di autori
come Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna
e altri – che scandiscono ma soprattutto chiudono
il libro con l'album' finale dei 'maestri', dei designer,
dei collaboratori e delle maestranze, spesso
in tute da lavoro come in certe foto del Bauhaus
o del Vchutemas. In coerenza con quel concetto
di Alberto che definisce la Alessi una "fabbrica del
design italiano", o anche "fabbrica dei sogni". Ma
ci sono anche altre foto, a volte di oggetti, spesso
molto belle: vale per tutte quella del servizio da tavo tavola
di David Chipperfield; a volte ricche di humour,
come quelle che vedono su doppia pagina da un
lato Alberto con un Alessofono seduto su una poltrona
Proust e Mendini sul bracciolo, e dall'altra
due caffettiere napoletane di Riccardo Dalisi in versione
antropomorfa (ricordando Totò).
Con la scelta dell'immagine di copertina, Lupi fa
un preciso riferimento di impostazione progettuale:
si tratta infatti di una citazione al quadrante dell'orologio
da parete disegnato da Max Huber per il
progetto di Achille e Pier Giacomo Castiglioni nella
mitica mostra del 1965 "La casa abitata", a Palazzo
Strozzi a Firenze (poi prodotto da Alessi, in una di
quelle riproposte di oggetti storici che l'azienda
ha condotto negli anni: si ricordino gli splendidi
oggetti di Christopher Dresser e Marianne Brandt).
Un quadrante che riassume il senso dello scorrere
del tempo nella vita dell'azienda e si conclude allo
zenit con la data 2010. Sul risguardo di copertina
un grande disegno di Mendini – tavola parolibera
post-futurista – fornisce lo schema logico delle
diverse aree della mostra. A queste corrispondono
le diverse aree del libro, ciascuna preceduta dal
'logo' huberiano di copertina, con i relativi titoli in
diversa inclinazione diagonale: "Le fasi storiche" (a
partire dalle origini); "Il presente: momento eclettico";
"Le nuove istanze"; "Il pensiero".
Siamo quindi di fronte a un libro ricchissimo di
materiali rispetto ai quali Lupi ha sviluppato un'attività
che si può definire 'registica' (ha collaborato
una grafica del suo studio, Blandine Minot). C'è
una chiarezza razionale di impianto, con misurata
scelta di font e colori, per cui le pagine risultano eleganti
e i contenuti di facile lettura sulla bella carta
"uso mano". C'è però insieme il rifiuto della concezione
'razionalista' di una gabbia unica, con differenziazione
secondo le diverse aree del libro, che
in realtà è costruito pagina per pagina, alla ricerca
di una composizione di testo e immagine che renda
ogni pagina portatrice di un senso specifico.
Il libro ha una omologia fondamentale con l'impianto
concettuale e con l'intelligente allestimento,
a opera di Mendini, della mostra. Questa è collocata
a un livello inferiore rispetto al piano d'ingresso del
museo: si immagini di osservarla dall'alto della scala
che scende al piano dell'esposizione. Di fronte c'è
la tavola di Mendini riprodotta su tutta la parete di
fondo. Due cabine vetrate con movimento a "pater
noster" (come erano chiamati i vecchi ascensori
senza porte e sempre in movimento) salgono e
scendono: mostrano in trasparenza i servizi della
collezione Tea e Coffee Piazza, presenti nell'esposizione
del 1983 con cui nacque l'Officina Alessi,
quando nell'introduzione al catalogo Alberto scriveva:
"Lavorare con gli undici progettisti (…) è stato
per noi un'impresa avvincente (…) non importa
se qualcuna di queste caffettiere è più simile a un
palazzo che a una cuccuma…". E Mendini precisava:
"Necessaria apertura del design domestico
istituzionale verso un colloquio più maturo con
l'abitante eclettico e disincantato che si avvicina
velocemente al baratro dell'anno Duemila".
Poco prima, nel 1980, Paolo Portoghesi aveva progettato
alla Biennale di Venezia la Strada Novissima
e già da tempo si parlava di Postmodern (con, tra l'altro,
i progetti e i libri di Robert Venturi e, nel 1984,
il grattacielo AT&T a New York di Philip Johnson
con la sommità stile cassettone Chippendale). La
stampa di tutto il mondo parlava di questi scandalosi
edifici Postmodern e la mostra "Tea e coffee
piazza" apparve come l'apparizione della prima
azienda italiana che, a differenza della tradizionale
adesione al 'moderno', si muoveva su questo nuovo
terreno. È allora che Alessi diventò internazionalmente
sinonimo di qualcosa di nuovo: il design
postmodern. Gli undici servizi da tavola, progettati
da architetti in buona parte implicati in modi diversi
nella ripresa di rapporto con la storia quali Michael
Graves, Paolo Portoghesi, Aldo Rossi e Robert
Venturi (alcuni di essi presenti con i loro progetti
nella Strada Novissima a Venezia), avrebbero in
realtà suggerito di parlare, più che di 'postmodernismo',
di 'postmodernismi', come suggerisce A. C.
Danto. Erano inseriti in una successione di arcate
progettata dall'architetto austriaco Hans Hollein
(anticipatore del Radical a partire dai primi anni
Sessanta). E oggi a Monaco, mentre le piattaforme
vetrate scorrono dall'alto verso il basso e di fronte si
impone la tavola parolibera di Mendini, riappaiono
– con scelta simbolicamente felice – le stesse arcate
di Hollein. Questa volta in ognuna figura c'è un
nuovo progetto: "Le nuove istanze", ipotesi per il
futuro formulate in questo presente complicato e
complesso.
La mostra ripercorre la storia di Alessi, quella anteriore
alla svolta degli anni Ottanta e quella recente,
riproponendo l'incredibile quantità di oggetti e di
designer che, nelle successive fasi, dal Postmodern
degli anni Ottanta alla svolta ludica dei Novanta
fino a quello che Mendini definisce 'eclettismo'
dell'ultimo decennio, l'azienda è riuscita a presentare
e coinvolgere. A volte vengono riproposti
espositori (come quelli di Starck) che richiamano
alla memoria esposizioni di anni passati. Ci sono
momenti singolari, come la felice invenzione della
giostra ruotante composta con filari sovrapposti di
piccoli oggetti Alessi, o le caffettiere di Dalisi che
si rincorrono su una parete come marionette. E
momenti stimolanti, come la riproposta di alcune
opere di arte programmata del Gruppo T, esponente
dell'avanguardia gestaltica negli anni Sessanta
(ma agli inizi Alberto Alessi coltivava un'ipotesi di
realizzare multipli d'arte), oppure i grandi pannelli
di dipinti africani. In una serie di video molto interessanti
viene poi proposto il 'pensiero' dell'azienda
attraverso la presentazione dei libri che essa ha
periodicamente pubblicato, le interviste ai 'maestri',
le campagne pubblicitarie, il museo Alessi.
In definitiva, però, va sottolineato come la mostra si
collochi in una fase di difficile decifrazione, simile
a quella che Arthur C. Danto definisce "periodo di
disordine informativo, una condizione di entropia
estetica totale. È però allo stesso tempo una fase
di libertà praticamente assoluta… tutto è permesso"
(A. C. Danto, Dopo la fine dell'arte, Milano 2008,
p. 12). In questa fase, Alessi ripropone le arcate
di Hollein, che hanno contenuto i progetti di un
momento di avvio della propria storia, come contenitore
per una nuova serie di progetti, come ipotesi
per il futuro. Nel libro viene presentata la suggestiva
ipotesi di coinvolgere un gruppo di designer cinesi
a venire a progettare per l'azienda in Italia. E non
solo: nella mostra appare una 'macchina' singolare,
un grande contenitore metallico sagomato con
piccoli fori dai quali si vedono, come in un peep show,
una serie di oggetti disegnati da giovani designer di
Eindhoven (nel libro figurano come un inserto con
grafica autonoma) inseriti in ambienti fantastici.
Del libro e della mostra si potrebbe parlare ancora
a lungo, ma quello che qui interessa sottolineare è
come un'azienda italiana di design, mentre ricostruisce
la sua storia, si ripropone come azienda
che, nel confuso presente, mette in gioco ancora
una volta una volontà di ricerca che l'ha caratterizzata
già nel 1983, quando nelle arcate di Hollein
inseriva i progetti che avrebbero segnato la sua
(seconda) data di nascita. Vanni Pasca