09. Jul. 2010

Sul concetto di sparizione: Bik Van der Pol


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  • foto Disappearance Piece, 1998. ©Bik Van der Pol
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  • foto I Bik Van der Pol (gli artisti Liesbeth Bik e Jos Van der Pol) hanno vinto il premio Enel Contemporanea 2010. La prossima opera dei Bik Van der Pol sarà realizzata con il sostegno di Enel e donata al MACRO, il Museo d’Arte Contemporanea di Roma, dove sarà inaugurata nel prossimo autunno. In Are you really sure that a floor can't also be a ceiling? (“Sei sicuro che un pavimento non possa anche essere un soffitto?”) gli artisti analizzano il rapporto tra l’uomo e la natura, sottolineando l’esigenza di un comportamento sostenibile per l’ambiente. Perciò la celebre Farnsworth House, progettata da Mies Van der Rohe, che è stata appositamente ricostruita nel museo, diventerà un’eccezionale serra per le farfalle, che sono attualmente una delle specie più sensibili al cambiamento climatico e sono diventate un indice delle trasformazioni ambientali.
    Il vincitore della quarta edizione del premio è stato scelto tra sette artisti: Loris Gréaud (Francia), Jonathan Horowitz (USA), Anya Gallaccio (Gran Bretagna), Meg Cranston (USA), Daniel Canogar (Spagna), Allora & Calzadilla (Puerto Rico), Bik Van der Pol (Olanda)
The Disappearance Piece ("L'opera della sparizione") è un lavoro di Bik Van der Pol – il duo olandese che ha recentemente vinto il premio Enel Contemporanea 2010. Angelique Campens analizza le logiche che stanno alla base dell'opera. L'essenza di ogni crimine resta sigillata

"Vi sono segreti che non tollerano di lasciarsi dire. Uomini muoiono sui loro giacigli notturni, torcendo le mani di confessori spettrali e, fissandoli angosciosamente negli occhi, muoiono con la disperazione nel cuore, la gola strozzata, giacché si dànno misteri d'orrore che non tollerano di esser rivelati. Accade che la coscienza d'un uomo prenda su di sé un fardello di infamia tale che non possa deporsi che nella tomba. E dunque la criminosa essenza resta sigillata."
Edgar Allan Poe, L'uomo della folla, trad. it. di Giorgio Manganelli, Torino, Einaudi, 1983.

Sul filo conduttore di una biografia trasparentemente immaginaria di William Randolph Hearst, Orson Welles in Quarto potere mette in scena la vita di Kane, un miliardario che evita la compagnia dei suoi simili. La prima parte del sua vita è segnata da un'esistenza pubblica e dal desiderio di diventare un leader, l'aviatore più grande, il produttore più importante. Ci riesce pienamente, ma improvvisamente decide di scomparire segregandosi dalla vita sociale per gli ultimi 24 anni della sua vita. La storia narra come il giornalista Jerry Thompson cerchi di scoprire quale sia stato il motivo della scomparsa di Kane dalla scena pubblica. Noi spettatori ci ritroviamo a fare i conti con una doppia identificazione: con la passione di Kane per i riflettori e con il suo desiderio di sfuggire all'instancabile occhio del pubblico, tra l'ammirazione per la curiosità di Thompson e l'antipatia per il suo sforzo di costringere il volontario eremita a rivelarsi.

C'è qualcosa di spiazzante nella sparizione di qualcuno, o nella più interiorizzata domanda: "Come potrei fare a sparire?". Sono domande che traggono la loro forza dal fatto che ci pongono un interrogativo sulla nostra stessa esistenza e sulla nostra identità. Dove sono andate a finire queste persone scomparse? Che motivi avevano? Il desiderio di essere indefinibile o forse di identificarsi con il nulla? Il fardello dell'esistenza è così pesante da doverne fuggire oppure a sua volta non è altro che una chimera, causata dall'identità?
La storia abbonda di racconti di persone misteriosamente sparite senza lasciar tracce. Come per esempio l'artista olandese Bas Jan Ader, che scomparve da un'imbarcazione al largo della costa orientale degli Stati Uniti mentre faceva rotta per l'Europa. Stava tentando la traversata dell'Atlantico con una barca a vela di quattro metri, in un progetto intitolato In Search of the Miracolous ("Alla ricerca del miracoloso"). Forse l'ha trovato, il miracoloso, forse no.

Benché la sparizione sia il più delle volte forzata, c'è chi sparisce per piacere: cerca di lasciarsi alle spalle la vecchia vita per sfuggire a qualcosa, o a qualcuno. La sparizione in questo senso è radicale, l'ultima scelta. Ragioni più banali e più spaventose per non tornare possono essere la cattura da parte di uno stato senza un legale processo, una malattia mentale che produca una completa amnesia o semplicemente la morte.

Comunque il controllo delle istituzioni definisca la visibilità e l'identificabilità di un soggetto moderno, ci sono sempre della lacune dentro le quali un individuo può sparire, senza lasciare dietro di sé alcuna traccia. Ma per riuscirci occorre pagare un prezzo pesante: abbandonare la propria identità, fisicamente, cancellarsi letteralmente. Ma come in ogni transazione di mercato si ha ciò per cui si paga: l'occasione di ripartire da zero e di liberarsi dalla propria identità precedente. L'artista Lee Lozano ha realizzato un'opera intitolata The Dropout Piece ( "L'opera dell'autoesclusione") ed è scomparsa dal mondo dell'arte nel 1970. Caso di imitazione dell'arte da parte della vita, poi scomparve completamente dal mondo dell'arte per il resto della sua esistenza. Non lasciò traccia, dato che incarnava la sparizione definitiva.

Lee Lozano fece esattamente ciò che i manuali di The Disappeareance Piece di Bik Van der Pol propongono. L'opera è composta da pile di copie del libro di Doug Richmond How to Disappear, Completely, and Never be Found ("Come scomparire, completamente, e non farsi mai più trovare"), del 1995. Il libro guida il lettore attraverso i meccanismi che consentono di sparire senza lasciare tracce e l'autore spiega con si possa cancellare la propria vecchia vita inscenando un suicidio e assumendo poi un'altra identità. Prosegue con istruzioni su come comportarsi nella sfera sociale facendo a meno di ogni precedente.

Gli artisti di Bik Van der Pol si chiedono se eventi radicali come la sparizione di Lee Lozano possano essere chiariti, e se queste sparizioni siano state intenzionali o fortuite. I Bik Van der Pol in origine hanno realizzato l'opera per una mostra di Rotterdam nel 1998, e da allora hanno presentato le pile di libri in installazioni differenti. I visitatori prendono delle copie e quindi, a mano a mano che la mostra va avanti, le pile iniziano a scomparire e i partecipanti diventano collaboratori dello stesso lavoro di sparizione. Ma nell'installazione non è evidente che i visitatori possano appropriarsi di una copia finché non viene loro comunicato esplicitamente. Prendere una copia sembra un po' come rubarla. Sotto questo aspetto The Disappeareance Piece è diversa da altre pratiche artistiche "da portar via" (come le opere di Felix Gonzalez-Torres o di Rirkrit Tiravanija) in cui il concetto di rimozione è centrale e il pubblico è invitato a partecipare.

Qui la partecipazione è più ambigua: i Bik Van der Pol ci chiedono di mettere in questione il nostro ruolo sotterraneo nel mondo della sparizione. Nella nostra incertezza se partecipare o meno alla sparizione, ci asteniamo dall'agire? Oppure, nella nostra insistenza a comparire, sosteniamo il buon diritto dello Stato a gestire la nostra identità? In altre parole: qual è la differenza tra il diritto a sparire, il diritto a comparire e il diritto a non essere messi in ombra da altri? Angelique Campens
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